D’ Annunzio è come una spugna che si imbeve di qualsiasi opera artistica incontri e la propone – rielaborata personalmente e quindi in genere un po’ superficiale rispetto all’originale – nei suoi testi. La sua cultura è amplissima, non solo classica ma anche europea moderna. Ciò contribuisce allo svecchiamento e alla sprovincializzazione della cultura italiana, che era rimasta molto autocentrata e tendeva a non avere molto interesse per quanto avveniva fuori dall’Italia. Probabilmente questo è uno degli aspetti più interessanti e positivi dell’autore. Il trionfo della Morte propone per la seconda volta nell’opera dannunziana il modello di eroe decadente. La prima versione era stata Andrea Sperelli, il protagonista de Il piacere (1889). Questo personaggio era ispirato agli eroi decadenti di libri scritti pochissimo prima, cioè Des Esseintes (A ritroso di Huysmans, 1884) e Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, 1890), libri che D’Annunzio poteva leggere in francese (nel caso di Wilde, ovviamente, in traduzione dall’inglese). Giorgio Aurispa, il protagonista maschile de Il Trionfo della Morte, sarà il secondo modello di esteta decadente dannunziano. La sua figura sarà elaborata aggiungendo la suggestione di Nietzche, che intanto D’Annunzio aveva letto: Giorgio aspirerebbe ad essere un superuomo, ma in realtà è un debole, incapace di arrivare a decisioni se non alla fine il suicidio-omicidio con cui il romanzo si conclude.
Ne Il Trionfo della Morte (1894) Giorgio Aurispa, di nobile famiglia abruzzese decaduta economicamente, soffre di una gelosia compulsiva nei confronti della sua bella e mite amante, Ippolita Sanzio. Vorrebbe che lei si dedicasse completamente a lui e che non gli stesse mai lontana; immagina morbosamente che – lontano da lui – Ippolita possa attrarre anche inconsapevolmente l’interesse di altri uomini. Ippolita ama Giorgio di un amore completo e sacrificale ed è disposta a fare tutto pur di non dispiacergli. Giorgio le propone quindi prima una specie di viaggio sentimentale nella zona dei Castelli romani (Albano Laziale, in una campagna primaverile mite e dolce) e poi un soggiorno ancora più lungo (potrebbe essere tutta l’estate, potrebbe essere tutta la vita) a San Vito Chietino, nella campagna abruzzese di fronte al mare Adriatico, nella più completa solitudine. Ippolita accetta tutto, ma non basta: Giorgio inizia a provare nei suoi confronti una repulsione che il personaggio non merita proprio. Giorgio inizia a pensare di coinvolgerla nel suo suicidio, che sta meditando da tempo, ed alla fine, effettivamente, si getta da una rupe sul mare trascinando con sé anche l’amante che cerca di opporsi.
La staordinaria capacità dannunziana di manipolare la parola impreziosisce la narrazione con un linguaggio ricco e complesso, estremamente musicale . Nello stesso tempo, alcuni in classe hanno notato che c’è una certa disonestà nel “dire poco con tante parole” e ne sono stati irritati.
Fa parte della grande capacità di strutturare in modo formalmente perfetto il testo la dimensione simbolica. Il romanzo è circolare: inizia con un suicidio dall’alto di un ponte al Pincio di Roma e finisce con il suicidio – omicidio di Giorgio e Ippolita (“e caddero avvinghiati nell’abisso”). In tutta la storia aleggia il suicidio dello zio Demetrio, il “padre ideale” in cui Giorgio si riconosce e si riflette. A tre quarti del romanzo il tema della morte si ripropone: un giovane pescatore di telline inciampa nell’acqua bassa e muore assurdamente affogato.
Ci sono numerose citazioni e ispirazioni da autori stranieri. In particolare, probabilmente viene ripresa Anna Karenina (1877, 1887 prima edizione italiana) di Tolstoj per la struttura ad anello sul tema del suicidio (Anna Karenina inizia con la morte di un uomo investito da un treno e finisce col suicidio di Anna sotto un treno). Viene ripreso e citato abbondantemente Così parlo Zarathustra di Nietzche col tema del Super Uomo. Un intero capitolo è dedicato all‘opera Tristano e Isolde di Wagner, che è paticamente parafrasato (con la prospettiva dannunziana, che al solito è molto efficace ma perde gli aspetti più profondi).
Dimensione musicale: D’Annunzio, da buon decadente, considerava la musica la più alta espressione artistica. Giorgio incontra Ippolita a un concerto di musica antica, in una chiesa, con il resto del pubblico formato da pochi anziani intellettuali “strani” (cioè inglesi e legati a una particolare religione filosofica). A San Vito Giorgio fa portare con grande impegno un piano e spartiti musicali, in modo da suonare e da spiegare a Ippolita, appunto, il Tristano e Isolda di Wagner.
Giorgio è sostanzialmente un esteta decadente. Ha una straordinaria capacità di parola (la descrizione di Orvieto è talmente bella che poi Ippolita e lui decidono di fare il viaggio che avevano progettato non lì ma in un altro luogo, Albano Laziale, perché ormai hanno già” visitato” attraverso le parole di Giorgio Orvieto). Non riesce a passare all’azione. Nel Libro in cui Giorgio incontra la famiglia a Guardiagrele, D’Annunzio insiste molto, usando gli strumenti del Naturalismo e del Verismo, sull’eredita’ genetica “malata” di Giorgio, mettendo in evidenza le tare presenti nella zia bigotta e maniacalmente golosa e nel padre. Giorgio sente come “padre” in senso morale lo zio Demetrio, ma avverte dentro di sé la presenza dell’eredità genetica corrotta e sensuale del padre reale. Si esalta per le teorie di Nietzche, sogna di diventare il “Super Uomo” predicato da Zarathustra, ma in realtà è un debole. Prima è maniacalmente geloso di Ippolita. Poi, se ne sente oppresso perché per lui Ippolita inizia a rappresentare la sensualità che lo spinge verso la terra e le cose materiali. Odia anche il gioioso rapporto che lei ha con la terrestritá e la natura. A un certo punto, per evitare il contatto con lei, Giorgio passa molto tempo su un curioso “mulino per la pesca” che si raggiunge tramite una traballante passerella sull’acqua (Ippolita soffre di vertigini ed ha avuto episodi di epilessia).
Ippolita è profondamente innamorata di Giorgio, gli ha sacrificato tutto ed è disposta a seguirlo ovunque, abbandonando Roma ed i pochi legami che le restano dopo la separazione dal marito. Ha un rapporto positivo, familiare e felice con la natura. E’ vicina agli animali (il cane Giardino, il bruco) ed avverte il fascino dell’antico mondo contadino patriarcale. Anche per questo Giorgio la avverte come antitetica ed incomincia ad odiarla. Viene descritta come una bellezza aristocratica e spirituale, magra e pallidissima (quando Giorgio la incontra si è appena ripresa da una grave e lunga malattia che l’ha resa sterile) , con occhi, bocca e fronte meravigliosi. In Abruzzo rifiorisce grazie al contatto con la natura sana e incontaminata, che la affascina. Giorgio le propone di morire insieme, apparentemente per scherzo, ma lei dice che ama la vita. Tenta poi di annegarla, medita di farla finire sotto un treno e infine a butta giù dal dirupo, rimanendo avvinghiato a lei in un abbraccio mortale. Il modello di Ippolita è Barbara Leoni, una delle amanti di D’Annunzio. Era una donna intelligente, sensibile e bella, di grande cultura; aveva lasciato il marito violento e brutale per D’Annunzio, cosa che la mise ai margini della società creandole un sacco di problemi. D’Annunzio la lasciò senza nessuna pietà quando si invaghì di un’altra donna, un copione che doveva ripetersi moltissime volte.
Confronto con “La figlia di Iorio”
Mila e Aligi appartengono all’arcaico mondo contadino abruzzese, Ippolita e Giorgio sono raffinati, intellettuali, cittadini. Mila e Aligi credono a tutte le affascinanti e terribili superstizioni precristiane abruzzesi; Ippolita e Giorgio le guardano dall’esterno e ne sono in parte affascinati, in parte inorriditi.
Aligi e Giorgio: antitetici. Aligi è mite, semplice, rispettosissimo del padre persino quando lo affronta per difendere Mila. Ama Mila e vuole salvarla. Giorgio è autocentrato, è complicato e involuto in modo tale da non riuscire mai a passare all’azione, ha un affetto morboso per Ippolitta che vorrebbe unicamente rivolta a se e – ovviamente – non è minimamente interessato a renderla felice. L’unica affinità è che sia Aligi che Giorgio hanno un padre orribile, sensuale e lubrico – violento nel caso di Aligi, imbroglione nel caso di Giorgio.
Mila e Ippolita: in buona parte antitetiche. Mila è dura, volitiva, agisce in modo spaventoso ed inquietante. Ippolita è dolce, tendenzialmente passiva, desidera solo vivere nell’ombre di Giorgio.In entrambi i casi, però, le donne amano il loro uomo, accettano di sacrificarsi per lui (nel caso di Mila autoesiliandosi da Roma per rimanere solo con lui) e ne vengono in qualche modo tradite.