Scrivo questi appunti generali per Elisabetta.
Qualche esperienza didattica
Leopardi in genere attrae i ragazzi e molte sue poesie sono già conosciute. In parecchie classi abbiamo iniziato con un cerchio in cui ciascuno leggeva le poesie e i passi di poesie che lo avevano colpito e, in un secondo tempo, spiegava sinteticamente perché. Ogni volta sono venute fuori delle cose abbastanza diverse, ma le costanti sono queste:
- Leopardi si pone delle domande esistenziali chiare e molto condivisibili che in genere tutti pongono: che senso ha l’universo, che senso abbiamo noi.
- Interessa e coinvolge anche la prospettiva della risposta, che mette in gioco da un lato il desiderio di felicità e dall’altra l’esperienza del dolore.
- Colpisce la tanto ricorrente contemplazione dei cieli stellati e della luna, che è un’esperienza reale condivisa, “perché quando li guardiamo ci sentiamo piccoli piccoli” (disse Emilia, alla cui saggia classe penso con molto affetto).
Un’altra attività che ho fatto spesso con le classi è far presentare in maniera creativa le Operette morali. La regola, come con tutti gli altri testi letterari che vengono affidati ai ragazzi, è che si può fare quello che si vuole – musica, teatro, cinema, reading, pittura, creazione di oggetti…- ma si deve tenere il testo vero (anche se si possono e a volte si devono fare tagli) e che non si fanno parodie. Ho sempre visto degli allestimenti delle Operette almeno gradevoli e a volte davvero efficaci, sia attraverso il teatro che con la creazione di piccoli video. Che le Operette si prestino è dimostrato peraltro dall’eccellente versione teatrale che ne aveva fatto il regista Martone, del quale consiglio anche Il giovane favoloso, bel film su Leopardi.
Sintesi di quello che considero importante dire in un quadro generale su Leopardi
- Leopardi ha fin da subito una grande esperienza di dolore, sia fisico che psicologico. Dal lato fisico aveva la tubercolosi ossea, che gradualmente lo deformò e che gli provocò grandi sofferenze (notare che Leopardi non sapeva di avere una malattia e che passò tutta la vita a colpevolizzarsi pensando di essersi rovinato la salute attraverso il famoso “studio matto e disperatissimo” che non concedeva nessun spazio all’esercizio fisico). Dal lato psicologico, il suo carattere affettuoso, emotivo, desideroso di essere amato non trovava piena rispondenza nei genitori e nel limitatissimo orizzonte di Recanati; in particolare la madre era completamente anaffettiva, rigida, dura, incapace di comunicare vicinanza, fissata con la morale e il dovere.
- Tuttavia Leopardi non si fermò alla percezione individuale del suo dolore. La impiegò invece come una specie di scandaglio all’interno della realtà, che lo avrebbe portato a elaborare una teoria filosofica che, nelle estreme conseguenze, dice che nell’universo tutto soffre – e che questo non è giusto e merita la nostra (sia pure vana) ribellione.
- Il poeta non sopportava che si attribuisse la sua teoria filosofica al mero fatto che LUI, personalmente, era sofferente ed infelice. La aveva argomentata in maniera generale e riteneva giusto che chi la voleva smontare portasse ugualmente argomenti generali e non motivazioni pseudopsicologiche.
- Il giovane Leopardi trova un luogo misterioso in cui avventurarsi, man mano scoprendo idee che mettono in gioco la sua curiosità intellettuale, la sua sensibilità ed affettività , la sua capacità creativa: è la famosa biblioteca paterna, una vera e propria foresta di libri in cui si inoltra quasi da solo. I libri che incontra sono disomogenei e ordinati in modo arcaico. Ci sono i grandi autori del mondo classico e della letteratura italiana, mescolati ad autori quasi completamente sconosciuti, ma Leopardi li prende tutti sul serio e trova elementi che lo affascinano anche nei minori. A un certo punto, fra i libri troverà anche testi che criticano l’Illuminismo e – attraverso di essi – arriverà all’Illuminismo, che gli darà tanti strumenti intellettuali per ragionare sulla realtà, in particolare il sensismo e il materialismo.
- Leopardi però non si accontenta dei libri e si cerca anche dei maestri. In origine il suo punto di riferimento è il padre, il conte Monaldo, che è un bizzarro intellettuale molto chiuso ideologicamente ma a suo modo creativo, colto e intelligente. Poi inizia a corrispondere col Giordani, il quale apre enormemente i suoi orizzonti e lo incoraggia a scrivere. Sia il padre che il Giordani non sono solo dei punti di riferimento intellettuali ma sono delle persone con cui Leopardi si relaziona dal punto di vista affettivo. Questa dimensione è una costante che si troverà in tutta la sua vita: cercare delle persone vere, con cui avere non solo un rapporto. intellettuale ma amicizia e affetto scambievoli. Alla fine di questo percorso ci saranno Antonio Ranieri e la sorella Paolina, gli amici con i quali vivrà a Napoli.
- Esiste uno strumento privilegiato per indagare l’evoluzione del pensiero leopardiano, cioè lo Zibaldone. È una specie di raccolta di tutte le idee ed i pensieri che Leopardi man mano annota nel corso di buona parte della sua vita, come in una specie di diario. Attraverso di esso possiamo seguire lo sviluppo del suo pensiero e di quello che lui chiama “il mio sistema”.
- Leopardi infatti definisce il suo pensiero “sistema”. Non dobbiamo però pensare ad un sistema filosofico nel senso ottocentesco, cioè un quadro completamente definito e statico. È invece un “sistema”, nel senso illuminista del termine, un pensiero che man mano evolve e si trasforma in base all’esperienza dell’autore.
- La cronologia delle opere di Leopardi è importante proprio perché il suo è un pensiero in evoluzione. Egli non pensa le stesse cose per tutta la sua vita. Inoltre, cambia anche profondamente il linguaggio poetico.
- I primi scritti leopardiani sono saturi di cultura ed impiegano un linguaggio estremamente aulico, sintatticamente complesso, quasi irto di figure retoriche. Dobbiamo tenere presente che Leopardi riceve dal padre una completissima educazione tradizionale, impregnata di classicismo. A dieci anni per le ricorrenze familiarii scriveva delle canzoni regolari con linguaggio iper aulico. Per lui la normalità era quella. Ha dovuto fare su se stesso un lavoro di semplificazione e personalizzazione straordinario per arrivare a scrivere versi come A Silvia e Il passero solitario. Le canzoni tradizionali seguivano regole fisse rigidissime: erano composte da strofe tutte uguali come numero di versi e come disposizione loro (endecadillabi e settenari che si alternavano in base a uno schema fisso) e delle rime. Una volta che la prima strofa era stata stabilita, tutte le altre strofe dovevano seguire lo stesso schema. Il culmine della semplificazione e libertà stilistica di Leopardi è invecela cosidetta “canzone libera leopardiana” , composta al contrario di strofe di varia lunghezza in cui settenari ed endecasillabi si alternano liberamente e le rime spuntano là dove il poeta le sente necessarie. Ne nasce un ritmo che non segue più nessuna regola esterna ma solo, se così si può dire, i battiti del cuore del poeta. Poi, quando Leopardi compone il Ciclo di Aspasia, pur mantenendo la libertà di strofe, versi e rime, sente l’esigenza di ritornare a una forma più difficile sintatticamente e lessicalmente. Questa nuova complessità, dovuta alla complessita e ad una maggiore astrattezza filsofica del contenuto, si troverà anche ne La Ginestra.
- La critica ha inventato delle “etichette”, che hanno una loro utilità ma che Leopardi non ha mai usato, cioè “pessimismo storico”, “pessimismo cosmico”, “titanismo leopardiano” . Possono servire per un primo orientamento, ma bisogna avere chiaro che il pensiero leopardiano è molto più complesso e articolato. Evidenzierei alcuni punti di passaggio che mi sembrano interessanti: .
- Nel periodo adolescenziale Leopardi stesso fissa dei cambiamenti che ritiene fondamentali, inventando la formula “dall’erudizione al bello” (il passaggio dall’interesse per accumulare più conoscenze possibili all’interesse per la poesia) e “dal bello al vero” (la nascita dell’interesse per la filosofia, avvertita come più importante della poesia). In questo periodo vengono espresse delle idee e delle intuizioni che, dal punto di vista filosofico, convergono verso quello che è stato etichettato come “pessimismo storico”. In sostanza, da bambini credevamo che il mondo fosse infinito e meraviglioso ma poi da grandi ci rendiamo conto che è limitato, piccolo, volgare. Detto in modo più esteso: i bambini e gli uomini antichi, cioè l’umanità bambina, usano la loro fervida fantasia per immaginare tutto quello che non sanno, creando sogni e miti meraviglioso, e sono felici; quando poi gli adulti e i popoli. moderni scoprono l'”arido vero”, che cancella tutte le loro meravigliose ipotesi, provano una grande infelicità ; la Natura, come una madre benigna, all’inizio della vita individuale e della civiltà umana cerca di chiudere gli occhi dei suoi figli rendendoli ignoranti, in modo che non soffrano sapendo la tristezza della loro situazione. A livello di produzione, nel periodo 1818-1822, Leopardi scrive in contemporanea le Canzoni, con metro tradizionale e lessico e sintassi aulici, e gli Idilli, con uno stile più libero e personale (endecasillabi sciolti allora considerati una forma molto libera, lessico e sintassi più intimi).
- Nel 1823 Leopardi esce per la prima volta da Recanati ed è ospite per qualche mese da parenti a Roma. Il viaggio è un trauma: si aspettava un mondo diverso da Recanati, aperto, arioso; trova grettezza, provincialismo, aridità intellettuale. Subito dopo questo viaggio ha una crisi creativa e non scrive più poesie per quattro anni. Scrive invece la maggior parte delle Operette morali, quasi tutte nel 1824. In alcune di esse compare la nuova visione filosofica, etichettata come “pessimismo cosmico”. L’operetta che esprime perfettamente questa visione è il Dialogo della Natura e di un Islandese. Più tardi, verrà composto il canto pisano-recanatese Canto di un pastore errante, che dice la stessa cosa. La nuova prospettiva è questa: la Natura ha come scopo l’autoconservazione e non ha nessun altro obiettivo. Gli esseri sono parte di questo ciclo meccanicistico eterno di continua nascita e distruzione che non serve a nient’altro e che provoca in loro sofferenza. Ogni essere dell’universo, quindi, soffre e nello stesso tempo la sua vita e la sua sofferenza non hanno nessun fine e non servono a nulla, se non alla perpetua e totalmente inutile autoconservazione dell’universo. La Natura, pertanto, è una Matrigna crudele, chenon si cura della sofferenza dei suoi figli ed è loro completamente indifferente; l’uomo avverte l’ingiustizia della situazione e prova un senso di ribellione. Fra le Operette, Il Dialogo di Plotino e Porfirio è un po’ più tardo (1827) e il Dialogo di Tristano e un amico è del 1832 (ed infatti è una riflessione molto completa e definitiva). Nel periodo 1828-1830 scrive iCanti Pisano-Recanatesi. La maggior parte di essi utilizza la “canzone libera leopardiana”, con un ritmo libero, interiore, emotivo; lessico e sintassi sono leggeri e melodici. Il passero solitario probabilmente è più tardo, forse del 1832.
- Nel 1829 Leopardi ha una delle esperienze più importanti della sua vita: si innamora. Al contrario di altre cottarelle platoniche precedenti, questo è un grande amore vissuto pienamente, sebbene con esito infelice. L’oggetto dell’amore è una bella, intelligente signora sposata (a un illustre scienziato pisano) madre di due bambini. Si chiama Fanny Targiini Tozzetti e mantiene per un certo periodo un rapporto di amicizia col poeta, illudendolo. Anche se alla fine il giudizio di Leopardi sulla donna e sulla vicenda sarà durissimo (si vede in alcune delle poesie del Ciclo di Aspasia e in particolare in A se stesso) l’amore per Fanny fa crescere Leopardi, lo rende più adulto, lo prepara a fare il grande passo di stringere una grande amicizia e lasciare per sempe Recanati e certamente lo rende anche capace di pensare il passaggio filosofico conclusivo del suo itinerario, che troviamo nella Ginestra. Questo ultimo passaggio nasce infatti da un’apertura agli altri, al genere umano intero. Se la Natura è nemica degli uomini e li opprime, essi devono allearsi per far fronte comune contro di essa, in modo da limitare i danni, pur sapendo che alla fine soccomberanno poiché la Natura è più forte. È la teoria della “social catena”, della solidarietà dell’insieme degli uomini. Nel Ciclo di Aspasia (1831-1835) il linguaggio si impenna di nuovo, diventando più difficile e complesso , per la necessità di esprimere concetti astratti di grande complessità filosofica. Questa caratteristica rimarrà ne La ginestra (1836)
- Leopardi non è un romantico in senso stretto perché non ha mai aderito al movimento ed era anzi su posizioni di contrasto con i romantici italiani. È però chiaro che i suoi temi ed anche le sue scelte stilistiche sono davvero consone al grande Romanticismo europeo; anzi, si potrebbe dire che l’unico autore italiano davvero romantico in senso pieno sia lui. In effetti, la visione del mondo di Leopardi usa una serie di strumenti che provengono dal passato e in particolare dall’Illuminismo, ma la chiave interpretativa generale è nuova ed è permeata di una nuova sensibilità, che è quella romantica. La concezione meccanicista della natura deriva da una particolare corrente dell’Illuminismo che era il materialismo, però gli illuministi materialisti erano molto sereni rispetto alla loro teoria; al contrario, il senso di ingiustizia e di rivolta che Leopardi prova sono frutto di una mentalità nuova, assetata di dare un senso non contingente alle cose, assetata di infinito. È una prospettiva completamente romantica, che ci ricorda per esempio Novalis.