Caratteristiche di fondo
- Dal teatro greco non ci si deve aspettare realismo. E’ fortemente simbolico. Veniva rappresentato solo in alcuni momenti dell’anno sacri a Dioniso (il dio dell’ebbrezza, del kaos e dell’irrazionale) ed era considerata una specie di liturgia collettiva a cui partecipavano tutti gli uomini della polis. Possiamo paragonarlo a un rito religioso.
- Infatti aveva origini religiose. Aristotele, che è la nostra fonte principale, dice che sia la commedia che la tragedia erano nate da riti e processioni in onore di Dioniso.
- Da un punto di vista antropologico-culturale il teatro ha spessissimo origini religiose. All’inizio dell’Europa moderna succede la stessa cosa: la rinascita del teatro durante il Medioevo parte dalla teatralizzazione in chiesa e poi fuori dei testi religiosi.
- Le tragedie erano una riflessione che la città faceva su sé stessa attraverso una vicenda legata al mito.
- Le commedie (del V secolo a. C.) avevano una dimensione più politica. Esse deridevano situazioni e personaggi della città attraverso storie piene di inventiva, ma li attaccavano anche direttamente durante la parabasi.
- Oltre agli attori singoli (tutti uomini, con le maschere e i costumi da scena) c’era il coro. In origine, anzi, c’era solo il coro, da cui poi emersero i personaggi singoli.
- Il coro dialogava con i personaggi ed esprimeva un giudizio sulla vicenda. Era la voce della città. Le parti del coro nelle tragedie arrestano l’azione per sviluppare delle riflessioni con un linguaggio estremamente poetico.
- Il coro rappresentava un gruppo sociale. Per esempio, nelle Coefore di Eschilo il coro è costituito dalle fanciulle che accompagnano alla tomba del padre la protagonista Elettra, nell’Edipo re di Sofocle dagli anziani di Tebe, nella commedia di Aristofane Lisistrata da un gruppo di vecchi e vecchie.
- Il coro non si limitava a recitare: cantava la sua parte e danzava intorno all’altare di Dioniso. Si tratta di uno degli elementi che ci confermano in modo più evidente le radici religiose del teatro greco.
- Nella commedia, a metà spettacolo, il coro si toglieva le maschere e avanzava verso il pubblico per parlare direttamente con grande violenza comica dei problemi della polis. Questo momento si chiamava parabasi. Durante lo spettacolo comico vigeva la parresia, cioè la totale libertà di parola.
Spazio e tempo
- La religiosità greca aveva una relazione fortissima con la natura e le sue forze. Coerentemente, i luoghi in cui si svolgeva il teatro erano immersi nella natura. Infatti, i teatri greci sono all’aperto, in luoghi naturali affascinanti, e vengono costruiti modellando i gradoni su cui siedono gli spettatori sulla pendenza naturale di una collina.
- Durante le tre feste dell’anno in cui si svolgevano le rappresentazioni, gli spettacoli duravano tutto il giorno. Per le tragedie, ogni giorno un autore diverso rappresentava tre opere tragiche (in origine legate da un filo conduttore) seguite da un “dramma satiresco”, un’opera più leggera e divertente a lieto fine che serviva a riequilibrare l’enorme tensione provocata dalle tragedie. Gli spettatori potevano entrare e uscire e anche mangiare. Ma immaginiamo che, durante lo svolgimento delle opere, l’attenzione fosse altissima.
Qualche conseguenza (che riguarda il teatro ma anche il mito)
- Non si può cercare del realismo nel teatro greco. Non si troverebbe nulla. Il teatro greco lavora su immagini potenti, non razionalizzate, che parlano a tutto campo al nostro io, fra l’altro andando direttamente alle parti più profonde e antiche di noi senza necessariamente passare per la parte razionale.
Esempio: nelle Coefore Elettra vede davanti alla tomba del padre una ciocca di capelli tagliata come sacrificio e una impronta di piedi. Capelli e orma sono “simili ai suoi” e ne deduce che suo fratello, Oreste, è ritornato. È evidente che non avrebbe nessun senso cercare in questa scena una dimensione realistica. I capelli e la forma del piede di un fratello e una sorella non sono simili. Ma l’immagine è estremamente potente e ci dice che Eletta avverte la presenza di suo fratello, che lei considera il suo doppio, colui che è come lei e che prova gli stessi sentimenti e le stesse emozioni perché ha condiviso la stessa storia. Nella tragedia poi si vedrà che Oreste è davvero il doppio maschile di Elettra e che realizzerà ciò che lei ha progettato di fare.
- Il teatro greco trasmette immagini analogiche, non allegoriche. La vicenda che viene raccontata, cioè, ha una dimensione simbolica ampia, a tutto campo e che genera sempre sfumature di significato nuove. Bisogna lasciarsi un po’ trasportare dalla storia e dalle immagini, rilassandosi, senza cercare di capire tutto. Se si cercano significati troppo precisi si rischia di travisare il testo e anche di renderlo ridicolo.
Continuando con lo stesso esempio: nell’episodio citato delle Coefore non c’è un allegorismo di tipo medioevale, che direbbe per esempio “la ciocca di capelli rappresenta la ragione di Elettra, l’uguaglianza rappresenta la volontà comune, i piedi rappresentano il cammino che i due dovranno percorrere, etc.” .
- Questo non significa che al teatro greco (e al mito) si può imporre qualsiasi significato passi per la testa. Il discorso è un po’ complesso. Se noi facciamo un’interpretazione molto filologica, riusciamo ad arrivare più vicino a quello che era il significato originario che veniva dato a un determinato testo. Però, nello stesso tempo, proprio questa interpretazione rischia di farci perdere un valore più universale che quel testo sta esprimendo.
Stiamo sull’esempio che ho fatto finora. Se noi leggiamo le Eumenidi, che è la conclusione dell’Orestea dopo le Coefore, avvertiamo che sta facendo un discorso per immagini sul senso di colpa e sui fantasmi interiori che ci abitano. Se facciamo una lettura più filologica, vediamo che Eschilo metteva a confronto una visione del mondo più antica, in cui era il legame fra i figli e la madre a prevalere, e una più recente (per il V secolo), in cui aveva più importanza il legame fra i figli ed il lignaggio paterno. Io direi che, a distanza di 2500 anni, è sensato che per noi rimanga come fondamentale il senso “non filologico”, quello legato a valori “universalmente umani”.
- Esiste una barriera per poter escludere delle interpretazioni? Senza dubbio sì. Alcune interpretazioni semplicemente non si possono fare perché non hanno niente a che vedere con il testo. Mi pare che, come barriera, si potrebbe usare proprio l’interpretazione filologica, in senso però lato e non rigido.
Esempi: nelle Eumenidi il fatto che Oreste sia tormentato perché ha applicato il diritto paterno e non quello materno (che è l’interpretazione filologica) non esclude che egli sia oppresso da sensi di colpa (dimensione “universale” del testo) ; nelle Coefore il fatto che Oreste sia il fratello carnale di Elettra non esclude che i due siano l’uno il doppio dell’altra; nell’Odissea il fatto che Ulisse sia il re di Itaca perseguitato da Nettuno e desideroso di tornare a casa non esclude che egli sia l’eroe del desiderio di conoscenza.