Paradiso, Canto XVII  (46-142)

Paradiso, Canto XVII (46-142)


 
Nei canti al centro esatto del Paradiso,  i canti XV,  XVI e XVII,  Dante incontra  il suo trisavolo Cacciaguida.
 
Siamo nel cielo di Marte (spiriti che hanno combattuto per la fede – Cacciaguida ha partecipato alla Seconda crociata ed è morto in essa).  Come in tutti i cieli le anime vanno incontro a Dante e Beatrice sotto forma di luci che danzano e cantano creando  delle immagini luminose. Nel cielo di Marte formano una croce.
 
I “Canti di Cacciaguida” sono centrali dal punto di vista del significato della Divina Commedia : Cacciaguida – che Dante sente come modello e punto di riferimento – spiega finalmente in modo chiaro e completo a Dante tutte le oscure profezie sul suo futuro che egli ha sentito nell’Inferno (Farinata degli Uberti, Vanni Fucci) e nel Purgatorio (Currado Malaspina). Il futuro di Dante sarà essere cacciato da Firenze e passare il resto della sua vita come un povero  esule (cioè un richiedente  asilo per motivi politici, per capirci). Cacciaguida spiega a Dante quali saranno le “frecce” con cui lo colpira’ “l’arco dell’esilio”: lasciare ogni cosa più caramente amata; capire com’è duro scendere e salire per le scale di case che non sono la propria; sentire come è amaro il pane dato  in elemosina; essere cacciato assieme agli altri guelfi bianchi, che si comporteranno malissimo  con Dante, tanto che egli si allontanera’ da loro non condividendo le loro successive scriteriate scelte politiche.
 
In tanta sventura Dante apprezzerà la generosità disinteressata e nobile dei Signori di Verona, che gli daranno rifugio e ospitalità senza mai farglielo pesare: prima Bartolomeo della Scala, poi il figlio Cangrande (quello che “a 14 anni sapeva già guidare un esercito”, come dico sempre alle mie classi :), che nell’anno 1300 ha solo nove anni. Dante fu così grato a Cangrande che gli dedicó la Cantica del Paradiso e scrisse la famosa “Epistula Canis”, in latino e a lui indirizzata, in cui spiega “i quattro sensi delle scritture”
Dante chiede poi a Cacciaguida se è bene che racconti nel suo poema di aver visto  anime provenienti da grandi e potenti famiglie nei tre regni (evidentemente soprattutto nell’Inferno), tanto più che l’esilio lo metterà in una posizione di fragilità e debolezza, in cui inimicarsi i parenti ancora vivi  è particolarmente rischioso. Cacciaguida risplende di luce ancora più luminosa prima di rispondere: Dante deve raccontare tutto, specialmente quello che riguarda i potenti della terra, perché il loro esempio di punizione o premio serva a chi è ancora vivo, e questo gli darà motivo di grande onore. 
 
Il linguaggio di Cacciaguida varia da altissimo a “comico” (cioè basso e quasi volgare). All’inizio  usa il latino, la lingua sacra per eccellenza, per esprimere l’importanza che dà all’incontro con Dante (“O sanguis meus, o superinfusa/ gratia Dei cui sicut tibi/ fuerunt ianua coeli bis disclusa? “). Impiega  immagini mitologiche  (Ippolito e Fedra), latinismi (” perfida noverca”), metafore prolungate (“o fronda mia in cui io compiacemmi… io fui la tua radice”; “questo è quello strale/ che l’arco dell’essilio pria saetta”; “il gran lombardo/ che in su lo scudo porta il santo uccello” ). Tuttavia i versi dell’esilio, pur usando immagini di grande forza, sono semplici da capire; nel momento in cui Cacciaguida incita Dante a gridare la verità, sfidando i potenti, usa addirittura un’immagine bassa e triviale (“lascia pur grattar dove è la rogna”), che potremmo incontrare benissimo nell’Inferno.