Purgatorio, Canto  III (103-135) e Canto V (64-136)

Purgatorio, Canto III (103-135) e Canto V (64-136)

Dante entra nel Purgatorio vero e proprio solo nel canto IX.  Rimane per otto canti nella spiaggetta e sulle prime pendici della montagna,  senza superare la porta del Purgatorio .  I commentatori chiamano questa zona “Antipurgatorio”.  Si tratta di canti particolarmente belli,  perché sono quelli in cui Dante recupera gradualmente tutto ciò che aveva perduto nell’Inferno: la dolcezza dei colori,  dei paesaggi,  dei suoni e della musica; la visione del cielo con i cambiamenti di alba,  mattino, tramonto,  sera,  notte; gli affetti umani,  l’incontro con le anime del Purgatorio,  più vicine  a lui perché umane come lui,  ne’ sante ne’ perdute per sempre nell’Inferno.  
 
 
Un ultimo punto che compare nell’Antipurgatorio e che esaminiamo oggi è la questione della misericordia di Dio,  della sua tenerezza e pietà nei confronti degli uomini.  
 
Nell’Antipurgatorio si dice chiaramente attraverso dei “casi” raccontati che il rapporto fra Dio e l’uomo è personale e individuale e non ha bisogno di norme e regole per essere valido.  Anche se  Dante pensa che la Chiesa sia fondamentale, egli ritiene che comunque l’ultima parola non sia della gerarchia,  della struttura con le sue leggi e le sue regole,  ma di Dio che si relaziona col singolo essere umano ed è disposto a prenderlo così come è,  purché egli gli chieda aiuto,  anche all’ultimo momento e in circostanze irregolari. 
 
 
Nell’Antipurgatorio ci sono vari gruppi di anime che si salveranno e che aspettano per qualche tempo (a volte molto)  prima di sentirsi pronti ad iniziare il percorso di ascesa della montagna e di purificazione.  Si tratta sempre di persone irregolari,  che secondo i canoni dovrebbero essere all’inferno e che invece Dio ha salvato per una parola o un pensiero di pentimento che hanno avuto all’ultimo momento. 
 
 
Questa concezione dantesca è rivoluzionaria rispetto al pensiero dei “benpensanti”, sia di allora che di oggi,  ma nello stesso tempo si trova nel pensiero religioso più profondo della Bibbia: nei Salmi  si dice che Dio è Giustizia e Misericordia  e c’è tutta una corrente di pensiero,  sia ebraica che cristiana,  che dice che fra le due caratteristiche la Misericordia ( cioè l’amore,  la tenerezza)  è ancora più grande della Giustizia. 
 
 
Vediamo due gruppi che Dante incontra nell’Antpurgatorio:
 
 
  • Gli scomunicati.  Pg III (103-135)
 
Dante e Virgilio incontrano lungo la spiaggia un gruppo di anime. Esse di presentano come “scomunicati”  e salvati da Dio nonostante ciò.  La scomunica  consisteva nel tagliare fuori dalla comunione dei fedeli una persona che avesse commesso un peccato gravissimo.  Ella non poteva più ricevere i sacramenti,  se moriva veniva sepolta in terra sconsacrata e si pensava andasse all’inferno di fisso; i cristiani non potevano più avere contatti con lei,  ne’ parlarle,    ne’ mangiare  assieme ne’ avere affari in comune ne’ erano tenuti a obbedirgli se era il re o l’imperatore. Per questo spesso  la scomunica veniva usata dal papa come strumento politico per convincere il re/imperatore a dargli ragione.  (Tenete conto che fino al 1789 in Europa il potere religioso  e il potere politico erano sovrapposti e coincidevano: chi commetteva un peccato era considerato anche colpevole di fronte alla legge e veniva punito dallo stato.  es.  un adultero finiva in prigione). 
 
Fra gli scomunicati avanza un giovane che ha tutte le caratteristiche del perfetto cavaliere cortese: è “biondo,  bello e di gentile aspetto” (cioè di aspetti nobile)  ma porta sul suo corpo i segni di una violenza terribile: due ferite,  una sul volto  che gli ha spaccato il sopracciglio e l’altra sul petto. È Manfredi,  il figlio dell’imperatore Federico II,  ultimo capo dei ghibellini italiani,  sconfitto e ucciso  durante la batraglia di Benevento contro i guelfi e il papa, che lo aveva scomunicato.  Si presenta associandosi a due immagini femminili gentili,  belle e luminose: la nonna Costanza d’Altavilla,  principessa normanna,  e la bella figlia (Costanza anche lei)  ” genitrice dell’onor di Cicilia e d’Aragona”,  cioè madre del principe di Sicilia e di quello d’Aragona. Racconta  la sua storia: ferito durante la battaglia, si “arrende”  cioè chiede pietà “piangendo”  a Dio,  colui “che volentier perdona”.  Manfredi sottolinea che i suoi peccati  furono orrendi,  ma che la “Pietà divina”,  cioè Dio,  ha braccia così grandi che accoglie tutto ciò che si rivolge a lei.  Il corpo di Manfredi era stato seppellito dagli stessi  soldati avversari,  colpiti dal suo valore,  in una fossa coperta da un grave peso (mora)  di sassi a un capo del ponte di Benevento,  dove si era svolta la battaglia.  Il papa Clemente diede ordine di disseppellirlo e di gettare il suo cadavere in terra sconsacrata,  oltre il fiume Verde,  che segnava il confine del Regno Pontificio,  perché era scomunicato e dunque morto in peccato  mortale e indegno di sepoltura.  Il vescovo di Cosenza esegui’ l’ordine ed ora le ossa di Manfredi sono bagnate dalla pioggia e bagnati dal vento,  abbandonate. Ma,  dice Manfredi,   i pastori della Chiesa non sanno che,  fino a quando si è vivi (“fin quando la speranza ha fior di verde”)  l’eterno amore di Dio ha la possibilità di aiutare gli uomini,  anche se essi sono ufficialmente maledetti e scomunicati dalla Chiesa
 
 
  •  Le persone morte di morte violenta e peccatori fino all’ultima ora.   Pg. V (64-136)
 
Dal gruppo si distaccano l’uno dopo l’altro tre personaggi ,  che raccontano la loro storia.  Il ritmo è concitato,  come si conviene ad anime ancora sconvolte dalla violenza della loro morte:
 
  • Iacopo del Cassero.  Si era inimicato un potente signore, che gli mando ‘ dietro i suoi sicari per ucciderlo  mentre attraversava la Romagna.  Venne raggiunto in un luogo paludoso e lì,  pugnalato,  vide “il suo sangue in terra farsi lago”. È un’ anima giunta da poco,  ancora traumatizzata dalla violenza della sua morte.  Il suo racconto è concitato e pieno di angoscia.  In lui vive ancora il rimpianto di non aver scelto l’altra strada possibile,  nella quale i sicari non lo avrebbero incontrato.
  • Bonconte da Montefeltro.  Il suo racconto è più pacato ; tutto è visto come da grande lontananza.  Si presenta come Buonconte,  il suo nome di battesimo,  mentre la grande famiglia nobiliare cui appartiene ormai nell’aldila’ non importa più.  Racconta che fu ferito durante la battaglia nella pianura di Campaldino e “ferito ne la gola”  si trascino’ fino alle sponde del fiume Archiano,  ai margini della battaglia. Qui “fini’ nel nome di Maria”,  cioè morì  invocando la protezione della Madonna.  Buonconte è stato un grande peccatore  e arriva il diavolo per prendere la sua anima,  ma subito un angelo lo salva. Il diavolo,  furibondo perché “per una lacrimetta”  Buonconte è stato salvato,  scatena uno spaventoso temporale.  Le acque del fiume si alzano,  tracimano e invadono la campagna,  afferrano il cadavere  del cavaliere e alla fine il fiume “di sua preda lo coperse e cinse”. Parallelo con Inferno XXVII,  dove succede il contrario: alla fine di un “contrasto”  fra angelo e diavolo,  il diavolo prende l’anima del padre di Bonconte,  Guido da Montefeltro, che apparentemente era degno del Paradiso,   ma che  alla fine della sua vita aveva  dato un consiglio fraudolento al malvagio  papa Bonifacio VIII.  
  • Pia de’ Tolomei. Immédiatemente dopo prende la parola una donna,  che chiede in modo delicato e pudico a Dante di ricordarsi di lei “quando sarà tornato al momdo/ e riposato della lumga via”.  È Pia,  una donna di cui non si sa praticamente nulla.  Dalle sue parole cogliamo che è nata a Siena,  morta in Maremma e che ben lo sa colui che la sposo’, mettendole l’anello al dito. I chiosatori divevano che il marito l’aveva prima imprigionata in una torre nelle sue terre in Maremma e poi uccisa,  per gelosia. Il modo in cui Pia racconta la storia è di grande densità e pudore, soffuso di malinconia.  Parallelo con Inferno V,  Francesca.